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di Richard Godwin, 6 giugno 2013
Nome: Richard
Cognome: Godwin
Website: http://www.richardgodwin.net/
Bio: Richard Godwin is the author of critically acclaimed bestselling novels "Apostle Rising" and "Mr. Glamour". His third novel "One Lost Summer" is being published this June in mass market paperback by Black Jackal Books, www.blackjackalbooks.com, and is available at all good retailers and at Amazon. It is a compelling tale of breathtaking lyricism and ruined nostalgia. You can find out more about him at his website http://www.richardgodwin.net

L’autostoppista

Traduzione di Maddalena Crespi

La direzione ha il suono delle ossa rotte. Schegge sotto memoria. La memoria è una cosa che si scaraventa via prima che la strada e chilometri interminabili scappino sotto i vostri sogni. La direzione non è un punto su una bussola, non più di un gesto di rottura, è l'asse di una macchina.

Ho fatto l’autostop con coraggio, tipo chicchi di grandine che lacerano la pelle. Era il giorno in cui avevo preso coscienza di tutto, strisciavo sotto la placenta scartata di una nascita innaturale. Il tatuaggio sul mio braccio diceva “Casa non è mai a Nord” sanguinava mentre mi arrampicavo sul camion che dominava la strada deserta.

Il conducente mi ha quasi rotto le dita con la sua presa.

“Sono Don”, ha detto.

“Mike.”

Don non faceva che correggere il suo tè di metanfetamina, per mettersi lì a parlare dei tempi in cui aveva fatto tanta grana.

Le sue parole suonavano come una canzone che conoscevo, era una melodia le cui parole si perdevano dentro di me. Don aveva delle mani enormi, grandi come due porte. Erano di legno e le sue nocche erano le cerniere. Mi piaceva perché la casa in cui siamo stati in quel mese non aveva porte. Erano state spazzate via quando sono scoppiate le bombe. L’incendio indugiava lento all'alba, sembrava che sanguinasse rosa attraverso il paesaggio sfregiato.

“Mike”, ha detto “stanno venendo verso di noi, ciucciati una pillola, mentre io gli sparo.”

Sono arrivati domenica. Le loro immagini sembravano stampate sulla collina. Ci avevano cercati per anni. Per trovarci hanno superato colline, visitato aziende agricole in cui ci eravamo fermati a bere. Avevamo bisogno di loro. Eravamo dei ricercati, capite.

Don ha stretto il fucile come fosse uno stuzzicadenti tra le dita. Io ho guardato i poliziotti cadere a terra. I proiettili tuonavano come un cancello che mi schiacciava il cranio ripetutamente, milioni di uccelli hanno preso il volo nel mio cervello, giallo e blu, cinguettando come pappagalli nella giungla.

Il caldo di quell’anno era incredibile, la terra ha preso fuoco, e ho visto le forme nude dei soldati risorgere da montagne crepate e dal suolo squarciato, ocra nella loro gloria marziale. E anche io mi sono sentito ocra, perso e rovinato, accanto a me c'era un guerriero, un figlio della sorte.

Dove sono i miei soldati adesso? Cantano canzoni al buio quando i campi urlano e nessuno può sentire nulla?

Questo è esattamente il suono della strada dopo che la percorri per tanto tempo. Un immenso rumore poi il silenzio. Un silenzio che ti assorda. Riempito con il suono delle ossa che si frantumano sotto le ruote.

Don al timone, la speranza nelle lesioni che ha sopportato, le cicatrici come strofe che strisciano sulla sua pelle sciupata in una gloria di versi epici. Così era il tempo che abbiamo vissuto in una continua via di mezzo, abbiamo venduto promesse, come l'ultimo respiro dei malati – un disperato popolo in rovina – che abbiamo incontrato sulla nostra strada, sapendo che in quel momento stavamo uscendo di strada.

Quella domenica Don ha sparato contro i poliziotti, ma continuavano ad arrivarne altri. Si sono susseguiti l'uno l'altro come una fila di formiche sulla collina della nostra fortezza.

“Li sto ammazzando tutti” ha urlato Don più forte del rumore e del fumo, “li faccio tutti miei Mike, perché non possono venire qui ad avventurarsi con le loro leggi che non hanno valore su questa collina.”

I suoi occhi gli brillavano in volto e la sua testa sembrava fatta di roccia mentre sparava: poliziotto su poliziotto.

Ho preso una pistola anche io e ho sparato alla cieca in pieno giorno.

Ho ruminato alcune pillole blu, un sapore rancido ha invaso la mia bocca, un mix di ruggine e burro fuso. E anche le visioni, immagini gloriose di un paradiso sulla punta del mio dito, anch’esse non sono riuscite ad annullare il pensiero del loro arrivo, non avremmo più potuto rintanarci da nessuna parte.

Un giornale svolazzava nella brezza del cielo e in quel momento ho visto la faccia di Don che mi fissava, alzando lo sguardo dalle sue pagine ingiallite. Era il suo specchio, una prova del fatto che era esistito ed era stato qualcuno, la persona ricercata dalla polizia. Non ho contato i corpi che riteneva fossero il suo successo personale in un mondo decaduto. Non ho letto l’analisi dei suoi crimini. Quali sono i reati in questo labirinto avvelenato? Quale promessa nera ti ha spezzato per prima?

Don era educato anche quando era violento, e mi è piaciuto il suo modo di fare dal primo momento, quando abbiamo bevuto whisky in un bar nel deserto. In quel rifugio il barista aveva un volto familiare. Le donne servivano da bere sulla sabbia. Cadevano attraverso la clessidra. Tra le sue parole, la ragazza parlava anche di me, robe codificate che capiamo solo durante il sonno. Aveva una chiave sul fianco e avrei voluto trovare la porta da aprire. Sapevo che portava a sud.

Don e io abbiamo vissuto ai margini del tempo per un anno, e insieme a lui ho trovato la mia direzione. Mi ha raccolto dalla cattiva strada dove ero finito, un vagabondo che viveva di oggetti estranei e l’unico odore che sentivo era quello del desiderio represso e della vergogna. Sudore freddo colava lungo la loro schiena mentre cercavano di eliminare la mia memoria. Mi ricordo che ero già stato lavato giù per uno scarico una luminosa mattina d'estate. Si sentono sempre grida nel vento, come fossero la voce di una donna di molto tempo addietro, una donna senza volto, di cui sono riuscito a tratteggiare il profilo. Avrei voluto dipingerle un paio di occhi e labbra. E così ho viaggiato. Viaggiato attraverso le piccole città anonime nel buio alla ricerca della giornata giusta.

Quando Don ha ammazzato il poliziotto, sono tornato alla realtà. Ho sentito il mio battito cardiaco, per la prima volta dopo anni. I bordi degli edifici sembravano rasoi. Rasoi impiantati nel terreno da una mano le cui regole negano qualsiasi ribellione.

Ci siamo diretti verso il suo pick-up e lungo i binari che si sbriciolavano sotto le nostre ruote. Don ha sputato sangue in un mondo senza regole. Era stato ferito, ma non importava perché in quei giorni, prima che ci trovassero le autorità, ci sentivamo immortali.

Abbiamo dormito giorni interi in un bollente motel nella terra di nessuno. Ci stavano cercando, e quello significava qualcosa.

Abbiamo intrattenuto donne del luogo e abbiamo visto le loro espressioni cambiare appena capivano chi eravamo, chi siamo stati e quello che saremmo potuti diventare.

“Devo trovarla” gli ho detto.

“Tua moglie non tornerà” ha ribattuto.

Gli avevo raccontato una bugia, la verità è che non mi ero mai sposato, lo avevo detto per fargli capire che anch’io avevo vissuto almeno una volta. Le mie bugie mi disgustavano. Non ho mai voluto che lo scoprisse. Questo mio modo di fare ricordava un classico stratagemma adolescenziale.

Un giorno, mi sono seduto in un bar a sorseggiare una birra mentre Don stava rubando una macchina. In quel momento mi sono reso conto che sarebbe finito tutto, che lo avrebbero trovato e che io sarei rimasto libero. La barista aveva gli occhi dolci, che guardavano dall’altra parte mentre le ho ordinato un altro giro di birra, un alcolizzato solitario che stava ricordando la sua vita prima del grande momento.

Mentre si sistemava i capelli nello specchio ha visto che la stavo guardando.

“Ti eccita?” mi ha chiesto, avvicinandosi al bar e appoggiando i suoi gomiti spigolosi sul bancone.

Le ho afferrato i polsi e le ho accarezzato le cicatrici.

“Il tuo vecchio ti picchia a morte con una spina elettrica e tu mi chiedi se sono eccitato? Io sono tuo figlio, ti ho sempre amata.”

Poi ho sentito il colpo di pistola. Il mio whisky dondolava nel bicchiere fermo.

Don era fuori che sistemava il motore, abbiamo guidato attraverso le città in cui l'inchiostro si asciugava sulle vite all'interno delle case che abbiamo visto lungo la strada. Un pomeriggio lo hanno catturato. Ho guardato la scena da un portone, soffermandomi sul modo in cui lo trascinavano via in catene. Ci sono voluti sei uomini per prendere Don. Ciononostante, ha divelto la portiera dalla macchina della polizia e l'ha scaraventata in faccia a un poliziotto.

Chissà quante persone aveva ucciso? Le statistiche ci curano delle bugie?

La polizia stava rubando il carico, commercianti di prestigio, che avevano mediato offerte con persone benestanti lungo la cicatrice che era la strada.

In carcere Don ha aggredito una guardia carceraria. Ha trascorso una notte intera a massacrarlo. Gli ha passato un saldatore in faccia. Gli ha dato fuoco alla testa con uno Zippo.

Ma se vi dicessi che c'era del tenero in Don mi credereste? Se vi dicessi che una volta ha dato tutti suoi soldi a una donna affamata pensereste che mento?

Se ti avessero bruciato con gli elettrodi chi saresti? Se ti avessero portato via la reputazione come avresti reagito?

Io bevo birra, ora che è tutto superato e svaporato. La strada è libera, c'è solo il rumore del vento e le voci che riempiono l'aria.

 

[Richard Godwin]

 

 

 

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