Un artista dell’illusionismo
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di Franz Krauspenhaar, 11 luglio 2013
Nome: Franz
Cognome: Krauspenhaar
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Bio: Franz Krauspenhaar è uno scrittore. Ha pubblicato fra gli altri "Era mio padre", Fazi editore; "L’inquieto vivere segreto", Transeuropa edizioni; "1975", Caratterimobili editore; "La passione del calcio", Perdisapop; una raccolta poetica "Effekappa", Zona Editore e "Le monetine del Raphael", Gaffi Editore. A dicembre 2012 è uscita il poema "Biscotti selvaggi", Marco Saya editore.

Un artista dell’illusionismo

Su ‟Mattanza dell’incanto” di Nicola Vacca

 

Nicola Vacca è un poeta che non deve chiedere mai: porta la camicia Denim non illusoria di chi ha, nonostante l’età ancora giovane (è del 1963, baby boomer ancora per pochi centimetri di “stoffa”), solcato mari monti e sierre messicane della letteratura. Nicola Vacca, pugliese di Gioia del Colle, e quindi barese per giurisdizione – perché la Puglia non è una ma varie, e quella del barese è ben distinta da quella delle altre province, soprattutto da quelle dove si trova il Salento, proprio altro scenario e altra lingua dialettale – è un poeta attivo su vari fronti della scrittura letteraria, soprattutto come fine critico. Ha collaborato per varie testate, ora è la firma di punta del Satisfiction di Gian Paolo Serino, sorta di discusso, geniale ma soprattutto ipercinetico Andy Warhol della critica letteraria italiana.
Questo
Mattanza dell’incanto è il suo decimo libro di poesia, e già il titolo ci apre orizzonti straordinari di senso. Come fa l’incanto a essere oggetto di mattanza, cioè di una strage? Ebbene, Nicola Vacca (o Nicolavacca, come affettuosamente mi permetto di chiamarlo quasi fosse un artista dell’illusionismo, un Houdini, un Ulay, un meraviglioso Moondog della musica elettronica americana) è un poeta a cui piace essere paradossale per quanto ha capito che il paradosso è il sale della vita. Non c’è linearità se non nel paradosso, come la religione cristiana ben insegna col sacrificio del Cristo che risorge dopo una morte che è davvero “mattanza d’un incanto di bene”. (Il virgolettato è mio.)
In “Nessun paradiso”, il poeta esordisce con un verso molto bello: ‟Qui / è una grammatica di cattive notizie”. Certo, come dire di no? Ma proprio, le cattive notizie sono ormai ordinate in una “grammatica”, che è la base certa di ogni linguaggio. Le cattive notizie, in sostanza, sono così presenti nel nostro cosmo, o nella nostra grande cosmogonia non portatile – ma universale – che ciò che le muove sono già una grammatica, un insieme di prescrizioni e segni. Dalla grammatica, in qualche modo, nasce il senso, e forse la stessa cattiva notizia. A furia di usarla, questa grammatica è diventata ancora più fissa di quella di qualsiasi lingua, e
detta legge.
Nella prefazione di Gian Ruggero Manzoni, viene detto del tramonto dell’occidente che segue per destino quel che disse Nietzsche, anche, sull’argomento: “Il deserto cresce”. Come nella Death Valley, teatro finale della crudeltà del “Rapacità” di von Stroheim, sotto un sole assassino, due personaggi assetati di denaro rimangono incatenati l’uno all’altro, cioè la loro ingordigia li fa lottare per poi non farli più dividere, fino alla morte. Il deserto della società moderna, il tramonto cocente della civiltà occidentale, il perché abbiamo ucciso a sangue l’incanto della vita: Nicola Vacca, come già sottolinea Manzoni, ci racconta poeticamente di queste cose, di questi problemi che sono oramai divenuti da fin troppo tempo destino. C’è una malinconia molto virile nei versi del poeta, un essere rassegnato ma con estrema dignità: ‟Un terribile nichilismo ha aggredito tutto”, scrive il poeta all’inizio, in “Abbiamo toccato il fondo”, primo degli introduttivi “Appunti dal paese delle tenebre”, prologo in prosa. ‟Di fronte a questo terrore silenzioso le coscienze non si sollevano.” Sono parole durissime, che dovrebbero farci male, se non fossimo già da tempo anestetizzati dal nostro sanguinoso declino. “La lingua muore / per le parole che non ci diciamo”, scrive più avanti nella poesia “La società sbagliata”. Il poeta si fa preconizzatore di una fine già scritta da ogni avvenimento sociale, e dunque non fa che, con le armi purtroppo spuntate della poesia, ricalcare, come in una vecchia carta copiativa, la firma su una condanna a morte. Non c’è speranza, il crollo è arrivato quasi al suolo, siamo ancora per aria, volando verso il basso a velocità folle, ma facciamo finta di non accorgercene. Il poeta ama la sua nazione, ma non prende le redini del tono forte come il Pasolini vitalmente disperato: lui ha già visto tutto, quando Pasolini morì ammazzato se ne accorse, era ragazzino ma ben al mondo. Ha provato i brividi del dopoguerra estremo, e come me, e come Manzoni, ha vissuto gran parte della sua vita nel Novecento morente, disperatissimo, nonostante si sia nati tutti nell’epoca del boom; che a guardarlo ora ci sembra però tutta una vuota chimera in bianco e nero, un buco nero e bianco. Ma “non esiste un credere senza un cuore pulito”, scrive Vacca in “Nella ragione della fede”. Dunque anche lui, come altri – e penso a Testori – vive una sorta di fede in Dio da una postazione di drammatica appartenenza a un contingente che ci fa disperare, che non possiamo accettare se non sbagliando, e Dio è quella stella lontanissima che sì ancora riusciamo a vedere, ma nemmeno sappiamo in quale modo. Forse perché abbiamo mantenuto quell’“incanto”, ferito a morte ma non ancora macellato del tutto. In “Volontà di impotenza” il poeta attacca così: ‟Le parole non sanno più / il modo di dire delle cose”. Quelle parole assomigliano a noi, che non sappiamo più vedere ciò che ci circonda, ossia vedere con un senso, e questo senso è spesso è più d’ogni altra cosa l’amore. Dunque Vacca insiste sul crollo del mondo occidentale, delle parole che ci servono per resistere, e quindi sul senso globale d’ogni esistenza. Se rinunciamo a chiamare senza paura le cose con il proprio nome, allora rinunciamo a sperare, rinunciamo soprattutto all’incanto, e diventiamo degli impliciti assassini. Non conta più nemmeno sperare, allora. Devi solo proteggerti dalle pallottole del nonsenso. Diviso in cinque parti, ciascuna con un titolo che riporta a un ventaglio di problematiche vitali e urgentissime,
Mattanza dell’incanto, pubblicato da Marco Saya Edizioni, editore di fresca nascita ma già attivissimo con molte pubblicazioni di qualità, è un libro scritto con una lingua semplice e acuminata, che ha bisogno di dire più che di mostrare, lontano mille miglia da ogni inutile sperimentazione e da ogni freddezza novecentesca riproposta oltre il Duemila per coazione a ripetere. La poesia è anche chiarezza, oltre che – e sembrerebbe un paradosso – mistero, e il libro di Nicola Vacca fa chiarezza sul mistero di una colossale disgregazione. La poesia avrà pure le armi spuntate, ma non è ancora finita al mattatoio.

 

[Franz Krauspenhaar]

 

© foto di Sabrina Minetti

 

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