1978
gravatar
di Lorenzo Mazzoni, 29 agosto 2013
Nome: Lorenzo
Cognome: Mazzoni
Website: http://www.ilfattoquotidiano.it/blog/LMazzoni/
Bio: Lorenzo Mazzoni è nato a Ferrara nel 1974. Collaboratore di "Il Fatto Quotidiano" e "il reporter", ha pubblicato numerosi romanzi, fra cui "Il requiem di Valle Secca" (Tracce, 2006), "Ost, il banchetto degli scarafaggi" (Edizioni Melquìades, 2007), "Le acrobazie mentali di Ivan Mostarda" (Robin Edizioni, 2007), "Porno Bloc. Rotocalco morboso dalla Romania post post-comunista" (fotografie di Marco Belli; Linea BN Edizioni, 2009), "Le bestie/Kinshasa Serenade" (Momentum Edizioni, 2011), "Pietro Malatesta/Indagini di uno sbirro anarchico" (disegni di Andrea Amaducci, Momentum Edizioni, 2011).

1978

‟Presente!”

In memoria di Roberto Scialabba

 
 
Roma, 28 Febbraio 1978
 
Carla indossava una salopette di jeans e un maglione peruviano. Il volto era nascosto dall’ampia falda del suo cappello di bambù.
Quando Nicola le si avvicinò vide che la sua pelle era pallida, gli occhi spenti, opachi.
- L’ho comprato in Thailandia – disse, indicando con un dito il cappello.
- Originale – commentò Nicola, accarezzandole affettuosamente una guancia.
- Scusami se ti ho dato appuntamento qui invece che a casa mia, ma ero in giro per delle commissioni.
- Non c’è problema – disse Nicola. – Chiacchiereremo passeggiando.
Uscirono da Villa Borghese e si incamminarono lentamente verso Piazza di Spagna. Nicola le offrì una sigaretta, ma lei rifiutò con decisione: – A Bangkok sono riuscita a smettere. C’era già troppo smog in quella dannata città.
La giornata era fredda. Le nuvole, soffici e spumose, nuotavano in un cielo grigio.
Scesero la scalinata. I turisti scattavano foto alla piazza, ai motorini, ai vigili urbani, alla fontanaccia, alle proprie mogli, ai propri figli, ai propri cani, ai cani randagi che oziavano, infreddoliti, lungo i gradini.
- Scommetto che su un milione di foto che vengono scattate ogni giorno in Piazza di Spagna se ne salveranno sì e no due… – disse Carla.
- Vedo che a Bangkok hai perso anche l’ottimismo – disse Nicola sorridendo.
- No, quello l’ho perso quando sono tornata – rispose Carla. C’era dell’astio nella sua voce.
- Hai saputo? – chiese Nicola.
- Sì, me lo ha detto Roberto quando mi è venuto a prendere all’aeroporto ieri sera… tuo fratello è stato molto sintetico, come suo solito del resto: “Ciao Amore, ben tornata. Questa mattina gli sbirri hanno sgomberato la casa in via Calpurnio Fiamma… c’era solo il vecchio Remo che dormiva. Lo hanno arrestato”.
- È andata così.
- E voi cosa fate?
- Non facciamo niente… per ora… forse un presidio domani, dopodomani…
- I soliti cazzoni – sbuffò Carla.
- I compagni thailandesi ti hanno irrigidito – commentò Nicola.
- Anche i compagni thailandesi sono dei cazzoni – disse Carla.
 
Mikis.
Mikis Mantakas.
Non può dimenticare quel nome. Non può dimenticarlo oggi. Oggi è il suo anniversario. Tre anni sono passati. Tre anni e Franco se li ricorda bene.
Il passamontagna di lana lo faceva sudare nonostante il freddo. Era stato fra i primi a uscire dalla sezione di via Ottaviano per rispondere all’assalto dei rossi. Era corso senza paura con la sua spranga in mano quando aveva sentito partire il colpo. La testa di Mikis era esplosa davanti a lui. Aveva visto la materia cerebrale schizzare sul muro e sul marciapiede. Quando ore dopo si era tolto il passamontagna aveva notato che era impregnato del sangue di Mikis. Aveva pianto e si era ripromesso che quel passamontagna macchiato del sangue del camerata greco sarebbe stato il suo talismano. Quante rapine, quanti assalti alle tane dei rossi con quel passamontagna. Nel nome di Mikis Mantakas di cui, oggi, ricorre l'anniversario.
Franco si volta verso Massimo e Cristiano che scherzano a ridosso del laghetto. Alle sue spalle gli altri ragazzi fanno comunella davanti all’insegna del Bar Fungo. Le loro voci si alzano cacofoniche in cielo, tagliano come un bisturi il silenzio dell’Eur, assopito nella notte gelata. I camerati discutono se sia preferibile un cinema o la discoteca. Sembra non capiscano. Sembra che siano estranei a questa importante ricorrenza. Mikis. Camerata Mikis Mantakas.
- Presente! – mormora Franco.
Questa mattina è andato a deporre fiori in piazza Risorgimento, il luogo dell’assassinio, poi ha telefonato da una cabina di via Silla. Paolo è arrivato dopo mezz’ora a bordo della sua Fiat 130 scassata. Insieme hanno passato il pomeriggio a scorrazzare nel quartiere Portuense: tre rossi feriti e il tentativo di incendiare la porta della sede di Lotta Continua.
All’ora di cena Franco si è reso conto che per commemorare il camerata assassinato quelle piccole azioni dimostrative non bastavano.
Si avvicina al gruppo di amici con aria seria.
- Allora Franco, – chiede il Bianco con un sorriso – andiamo in discoteca?
- No – risponde serio Franco. – Questa è la notte di Mikis. Questa sera bisogna sparare.
- Camerata Mikis Mantakas! – urla qualcuno del gruppo.
Le braccia si levano tese nel cielo.
- Presente! – rispondono in coro tutti gli altri.
L’Eur viene percorso da un brivido freddo.
 
Poco prima del tramonto, verso le cinque di pomeriggio, Carla e Nicola entrarono nella casa della ragazza: un vasto appartamento in via del Governo Vecchio a cento metri da Piazza Navona e dai turisti che Carla cercava continuamente di evitare.
- Deve essere per colpa del mio lavoro – disse porgendo una tazza di caffè a Nicola. Erano seduti nella camera da letto di Maria, una ragazza cilena che divideva la casa con Carla. Ai muri erano appesi poster di Unidad Popular per le elezioni del 1973.
- Mi sa che questa è l’ultima volta che accetto una situazione del genere. Preferisco fare voli intercontinentali senza sosta piuttosto che rimanere per un mese di fila in una città odiosa come Bangkok… tra l’altro i compagni thailandesi che Walter mi aveva detto di contattare, si sono rivelati degli emeriti idioti… Compagni! Non facevano altro che bere e adescare turisti occidentali.
- Dovresti saperlo che Walter alla coscienza politica preferisce stravizi e amanti esotici… ricordi il suo resoconto del viaggio in India?
Carla sorrise.
- Finalmente! – disse Nicola. – Sei così bella quando sorridi.
- Tuo fratello è un ragazzo fortunato – disse lei con civetteria, prese la tazza a due mani e se la portò alla bocca.
- Mio fratello preferirebbe che tu rimanessi più tempo a Roma.
- Faccio la hostess Nicola, non il postino di quartiere.
Lui sorrise e si sdraiò sul tappeto.
- E tu? – domandò Carla.
- Io cosa.
- Tuo fratello mi ha detto che parti.
- Sì, fra una settimana, vado in Marocco con Piero.
- Parti perché qui ti mancherà?
- Parto perché qui mi mancherebbe da impazzire.
- Ovunque ti mancherà, Nicola.
- Sì, forse sì…
- Beh… – concluse sbrigativamente Carla. – Troverai qualcun’altra, non muore mica nessuno, no?
- No, certo che no…
Il sole, fuori dalla lunga finestra, scese definitivamente. I lampioni illuminavano d’arancione i muri delle case.
 
- E poi ci sono da vendicare Bigonzetti e Ciavatta! Io c’ero a via Acca Larentia! È stato uno schifo! Dobbiamo fargli pagare anche questa! – ringhia Giusvà.
- Sì, Mikis, Bigonzetti, Ciavatta! Dobbiamo vendicarli tutti! – incalza Cristiano.
- Un camerata uscito da Regina Coeli la settimana scorsa mi ha fatto una soffiata – dice Alessandro con tono cospiratorio.
- Che soffiata? – chiede Franco serio, aspirando voracemente dalla sigaretta.
- Pare che ad ammazzare i camerati di Acca Larentia siano stati quei pelosi del Don Bosco. Quelli che hanno occupato una casa in via Calpurnio Fiamma.
- A Cinecittà?
- Sì… il camerata ha sentito un rosso che lo raccontava a un altro dei loro.
- Abbiamo le armi? – chiede gelido Giusvà.
- Sì – conferma Franco.
- Ma a chi spariamo? – chiede Massimo.
- Intanto andiamo là e poi vediamo… pronti? – domanda Franco.
Tutti annuiscono.
- Allora forza! Per i camerati di Acca Larentia… e per Mikis!
 
Finirono per parlare ancora della terribile Bangkok, del Marocco, della ragazza di Nicola che si era messa con un artista di Centocelle, dei viaggi di Walter, della situazione politica al quartiere Don Bosco, di come a Carla pesasse che a Roberto non piacesse il suo lavoro. Parlavano e camminavano. Percorsero via Giulia, risalirono sul lungo Tevere e poi dopo la Bocca della Verità rientrarono fra i fasti della Roma Antica. Il freddo era pungente e le macchine procedevano di fianco al Circo Massimo con gelida regolarità.
Presero un tram a Testaccio e scesero dopo quasi mezz’ora in via Tuscolana. Per le strade non c’era nessuno. Tagliarono per via Frulliano e passarono davanti alla casa occupata. Un manifesto rosso con la scritta “Celerini assassini!” sventolava dalle finestre del primo piano.
- Non avevo ancora visto… – disse Carla.
Una pattuglia della polizia passò a gran velocità e scomparve all’angolo di via Stilicone.
I due si fermarono davanti a un palazzo e suonarono a un campanello. Dopo poco la porta si aprì e i due entrarono in un appartamento al piano terra. Bottiglie sparse sul pavimento, una canzone di Joni Mitchell al giradischi, una decina di ragazzi che fumavano e chiacchieravano animatamente seduti su un tappeto. Nicola entrando aveva notato zampe di gallina inchiodate allo stipite della porta.
- È stato Walter, gliel’ha insegnato un monaco in Nepal… pare che tenga lontano gli spiriti malvagi… – aveva detto qualcuno.
Walter, capelli lunghi e stopposi e una faccia lunga e inespressiva, stava attaccando una gomma da masticare dentro al frigo.
- Così si conserva – aveva commentato vedendo che Nicola e Carla lo stavano guardano in modo preoccupato.
Carla andò a sedersi vicino a Roberto sul tappeto. Una ragazza piena di lentiggini le passò un grosso cilum fumante, ma lei rifiutò e si strinse di più al suo ragazzo.
Nicola si appoggiò al muro e seguì con apparente noncuranza la discussione che si era sollevata. Tutti affermavano che bisognava fare qualcosa. Bisognava riprendersi la casa. Bisognava riprenderla per far vedere al quartiere che oltre alle bande che spacciavano eroina c’erano ragazzi che avevano voglia di fare qualcosa di concreto, di vero.
- Che cosa? – aveva chiesto Carla.
- Iniziative… qualcosa… – aveva borbottato qualcuno.
- Qualcosa? – aveva domandato Carla.
Roberto le aveva accarezzato la nuca dolcemente.
- Non prendertela… siamo ancora confusi…
Piero fece un giro per la stanza con un enorme vassoio pieno di fette di salame. La ragazza con le lentiggini si riempì un bicchiere di vino rosso. Walter stava meditando in un angolo, sotto un enorme poster di una manifestazione di un Primo Maggio di qualche anno prima.
- Novità del vecchio Remo? – chiese Nicola.
Nessuno sapeva. La bottiglia di vino passò di bicchiere in bicchiere. I cilum si susseguirono sempre più velocemente. I dischi venivano tolti, altri venivano messi.
Carla era stanca. Era tornata a Roma per trovare energia e nuova linfa vitale ma intorno a lei gli amici avevano solo voglia di gozzovigliare e di sproloquiare. Guardò Roberto mezzo ubriaco seduto con Walter a parlare di Goa, di Katmandù e di Benares.
- Io vado a prendere una boccata d’aria – disse.
Nicola la seguì silenziosamente. Passarono di nuovo davanti alla casa occupata e si diressero verso piazzetta Don Bosco. La sera era sempre più fredda.
 
Procedono per le strade deserte. Procedono su tre macchine. La Fiat 130 di Paolo, l’Anglia Ford di Cristiano e la Fiat 127 di Massimo. Sono in otto. Sono pronti a tutto. Nel nome di Makis.
Si cambiano in macchina, caricano le armi. Fumano.
Risalgono via Tuscolana, passano davanti a palazzi anonimi. I bidoni dell’immondizia sono stracolmi.
Le macchine salgono poi per via Calpurnio Fiamma. Passano davanti alla casa occupata. Il portone è sbarrato. Ci sono i sigilli della polizia.
- Guardate là! – dice Giusvà indicando uno striscione appeso alle finestre: “Celerini assassini!” e una falce e martello disegnate a mano.
- Mannaggia… e adesso? – chiede Paolo.
- Mica possiamo andarcene così, qualcosa dobbiamo pur fare, no? – dice Giusvà.
Sono le undici della sera, l’anniversario di Mikis sta per scadere. Franco suda. Tiene fra le mani il suo passamontagna insanguinato. Non può tollerare di non commemorare il camerata morto ammazzato.
- Facciamo un giro – dice. – Qualche rosso lo troviamo.
Inizia la ronda, le tre macchine procedono a passo d’uomo una dietro l’altra. Avanzano per via Silicone. Risalgono via Nobiliare.
- Guardate. Guardate quelli – dice Paolo indicando un gruppo di persone sedute su una panchina.
Franco carica l’arma mentre osserva la scena. Sono cinque. Una ragazza e quattro ragazzi. Hanno i capelli lunghi, la barba, i giubbotti da pelosi e i jeans sdruciti. La ragazza porta uno strano cappello da contadina cinese.
- Parcheggia più avanti – ordina Franco. Paolo annuisce con un cenno del capo.
 
Carla uscì dalla casa e si assaporò l’aria fredda della sera. Nicola le camminava a fianco silenziosamente.
- Perché sei uscito anche tu?
- Perché sto bene con te.
- Sono la ragazza di tuo fratello.
- E l’emancipazione femminile?
Carla sorrise.
- Sono stata bene oggi a passeggio con te… e prima, prima non ce la facevo più. Sono tornata dalla Thailandia con una gran voglia di fare, di lottare e qui pare che nessuno ne abbia più voglia. Sembra che a nessuno interessi che abbiano sgomberato la casa dove facevamo riunioni, scrivevamo il nostro giornale, davamo da mangiare ai poveracci del quartiere… anche Roberto, sembra più interessato a bere e a fumare che a lottare davvero.
- Roberto è così, ma lo sai che se c’è da lottare lui è sempre in prima linea.
- Solo perché è un simpatizzante di Lotta Continua? Tu lo difendi sempre tuo fratello.
- Gli voglio bene… e ne voglio a te.
Carla e Nicola si sedettero su una panchina di piazza Don Bosco. Rimasero in silenzio a guardare gli alti palazzi e la luna che cercava di farsi spazio fra le nuvole gonfie.
Roberto, Walter e Piero arrivarono ridendo. Roberto teneva uno spinello acceso fra le dita:
- Ve ne siete andati così, all’improvviso… non volete seguire il resto della riunione? – disse, dando una boccata.
- E a te non interessa seguirla? – chiese Carla, minacciosa.
- Certo, ma adesso siamo in pausa.
- Cosa si pensa di fare? – chiese Nicola stringendosi nella giacca.
- Spezzare i sigilli e tornare nella casa – disse Piero.
Videro arrivare tre tizi. Al buio non riconobbero i lineamenti. Indossavano giacconi a quadroni e jeans a tubo.
- E chi cazzo sono? Spacciatori? – domandò Roberto. Poi mise a fuoco. Uno dei tre aveva un passamontagna calato sul viso e impugnava una pistola.
L’inferno esplose prima che lui potesse gridare.
 
Parcheggiano le macchine in via Bonfante. Silenziosamente Paolo scende dalla Fiat 130 e lascia il posto di guida al Bianco. Franco non scende. Sui sedili posteriori siedono Giusvà, Cristiano e Alessandro. Massimo copre la targa con un giornale e si rialza guardingo.
- Non muovetevi da qui – ordina Franco ai camerati rimasti di fianco alle altre due macchine. – Torniamo subito.
In piazza Don Bosco i cinque ragazzi sono ancora sulla panchina. La ragazza e un tipo con i capelli lunghissimi si stanno alzando. Dai gesti delle mani sembra che stiano congedandosi.
- Ora. Per Mikis! – dice Franco aprendo la portiera. Giusvà e Cristiano lo seguono.
Procedono a piedi e adesso riescono a sentire le voci dei rossi. Franco estrae la Beretta calibro 9 e svuota tutto il caricatore. Un ragazzo grida e cade a terra. La ragazza scappa silenziosa. Qualcuno urla “i fascisti!”. Cristiano spara due colpi, ma poi la pistola si inceppa.
- Una macchina! Una macchina! – urla Franco. È l’unico a volto coperto. Il passamontagna con il sangue di Mikis lo fa sudare. Gli gira la testa. Vede Giusvà salire a cavalcioni sul corpo di un rosso steso a terra. Lo vede sparargli due colpi in testa. Ben fatto. Per Mikis!
Scappano. Raggiungono la macchina. Il Bianco parte sgommando.
Su piazza Don Bosco cala il silenzio.
 
Quando Carla tornò indietro vide immediatamente il corpo inerme di Roberto sulla ghiaia. Sotto la testa si stava espandendo una pozza di sangue grumoso. Nicola era seduto a terra e si teneva il braccio sinistro. Walter e Piero erano scomparsi. Al loro posto erano giunti decine di curiosi che guardavano bisbigliando il cadavere del ragazzo.
Carla raccolse il suo buffo cappello cinese e si avvicinò a Nicola. Il braccio gli sanguinava copiosamente. Rimasero a guardare il cadavere aspettando l’ambulanza, la polizia, e le domande di rito.
Nicola si accese una sigaretta. Carla chiuse gli occhi e sospirò distrattamente.
 
Cristiano scende dalla macchina e si infila nella cabina.
- Pronto Ansa.
- La Gioventù Nazional-Rivoluzionaria colpisce dove la giustizia borghese non vuole colpire. Abbiamo scoperto noi chi ha ucciso i camerati di Acca Laurentia. Onore ai camerati caduti!
Cristiano torna alla macchina.
- Tutti sapranno che Bigonzetti e Ciavatta non sono morti invano – dice.
- E Mikis? – chiede Franco stupefatto.
- Presente! – urla il Bianco sogghignando.
La luna risplende sul fiume. La Fiat 130 procede veloce verso sud. Franco si rigira il passamontagna nelle mani. È teso, adrenalinico.
- Presente… – sussurra piano.
 
 
[Lorenzo Mazzoni]
 
© foto di Sabrina Minetti
 
Se vuoi comprare Le bestie. Kinshasa serenade di Lorenzo Mazzoni, clicca qui.
Se vuoi comprare Malatesta, indagini di uno sbirro anarchico di Lorenzo Mazzoni, clicca qui.

 

 

condividi su: TwitterTwitter FacebookFacebook