Ciechi amanti
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di Stefano Costa, 22 agosto 2013
Nome: Stefano
Cognome: Costa
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Bio: Stefano Costa (classe '82). Editor. Vive tra l'Oltrepò Pavese e la Liguria

Ciechi amanti

Sulle colline

 

Tutta la potenza sonora del mondo è in questo mutismo in cui si dipanano i miei cunicoli – qui non dimorano uomini, se non defunti. Di notte c’è il silenzio di quegli ambienti vuoti in cui a martellare è sola, la goccia: le pareti di queste gallerie brulicano del mio cibo, con il lavorio delle zampe e di ciò che può essere in me paragonato alle umane spalle non sposto solo materia inerte ma anche corpuscoli, esseri che non cedono al soffocamento neppure se inglobati nel pianeta Terra – gli umani non hanno idea di cosa significhi vivere tra pareti vive.

Anche a lui piacciono minuscoli insetti, è promettendogliene che l’ho conosciuto ma è per me sola che adesso viene volando sempre più radente sino a posarsi tra quelle enormi foglie del fico che hanno la forma delle mani d’un sapiens gigante – il loro verde è un nero nato grazie alla capacità della notte. Io lo aspetto dopo essere sbucata, ai piedi della stessa pianta – è lungo il filo di questo piano inclinato, che gli umani chiamano superficie, che ci incontriamo patendo entrambi il timore d’essere divorati dalla società macrocefala di queste colline: per me la superficie sta troppo in alto, per lui troppo in basso.

Il suo arrivo è annunciato da tonfi, ha sviluppato questa capacità di trasportare piccoli acini d’uva che di notte scardina dal grappolo rendendolo raspo, lasciandoli cadere a qualche spazio da me – pur potendo percepire l’esatta posizione del tronco di fico non può abbandonare gli acini sopra l’ombrello della pianta. Il mio movimento: forzo gli arti superiori, mi sento un sapiens che esce da un pozzo, facendo emergere anche la culatta – è un secondo buio quello che mi accoglie. Provoco il rumore quasi strisciante del riccio – dirigendomi verso il primo acino. Il dio della deformità ha confinato la mia capacità di brandire oggetti in quella di spostarli, con il naso faccio rotolare un acino per volta sfruttando il lieve pendio in cui è arcuata questa parte di mondo e li raduno ricreando il cumulo che era del grappolo stesso. Cerco d’inarcare la spina dorsale mediante quella gesticolazione che appare sempre frenata da un vetro invisibile, tipica dei ciechi – lui ha sicurezza che sono io e scende a terra.

È di fronte a me: sebbene diverse, possediamo entrambi mani enormi e sproporzionate. Le mie, mi disse una notte, sono benne che vengono montate su fasci di nervi meccanici. Non è abitudine del chirottero camminare, dunque pancia a terra allunga le tele cerate degli arti superiori dispiegando tutto quel patagio nero e irrorato da fili di sangue che s’è raffreddato in volo, compensando così l’innalzamento di temperatura interna che altrimenti l’avrebbe fatto esplodere quanto una minuscola bomba di carne – diversa la natura umana che suda.

Muovo la testa e me la prende tra le ali, avvolgendomela come tra due lenzuola – ha l’accuratezza delle madonne che difendono piccoli sapiens grazie al loro palpabile velo. Tocco queste membrane antibranchiali e la loro nuda consistenza mi fa credere di toccare la pelle di un uomo, per un attimo faccio esperienza di quel minimo ribrezzo che s’ha da superare se messi di fronte all’amore. I nostri grugni dal tenue color carne si toccano, gli organi di Eimer che stellano i talpidi macrocefali come me sono invisibili bulbi papillari che assorbono ogni odore del mio amato e ne muovono la traslitterazione in caratteri sino a parlarmi delle numerose zanzare di cui si nutre in volo – conosco anch’io, così, il sapore del sangue umano.

Siamo ciechi che strusciano due corpi deformi l’uno contro l’altro facendo combaciare spigoli a rientranze, strofinii a colpi, silenzi a stridii, cuscini a sonar – succhiamo entrambi qualche acino diventando colla che si scioglie tra i filari, mentre.

Ho unghie di gesso che rigano leggere il nero nell’attimo di maggior frenesia – lui ha un fremito d’ali quasi di falena, un frullo: sento i suoi tattoricettori iniziare a spazientirsi, frenetico prende a tastare il mondo e l’erba sudata quanto gli animali selvatici le sbarre, se rinchiusi.

Vola via, so che continueremo a comunicare – prima di ritornare alle mie strutture sotterranee giro la testa verso dove so esistere il reticolato che imprigiona i gallinacei, che adesso dormono: provo pena per i diurni.

 

[Stefano Costa]

 

© foto di Sabrina Minetti

 

 

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