Street Art strategy
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di Isabella Carlizzi, 29 agosto 2013
Nome: Isabella
Cognome: Carlizzi
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Bio: Isabella Carlizzi vive a Roma da sempre, dove studia, lavora, scrive. È un’indipendente, precaria relativista, con attività di collaborazione e ricerca in progetti multimediali, precari. Principali tematiche e competenze: Letteratura italiana, Storia moderna e contemporanea, Storia dell’Arte moderna e contemporanea, Storia della musica.

Street Art strategy

Bottiglie e voci rotte

Prima non era così, prima ero contento quando facevo l’università di vederli questi. Mi mettevano allegria e voglia di giocare, di rischiare. Ora no. Ora faccio fatica a guardali e non li guardo.

Ho smesso l’università, ho lasciato architettura e mi sono messo un’impresa di ristrutturazioni. e ho fatto bene se no finivo a fare il cretino, il poeta, come questo, il mendicante di strada, questo, qui, adesso che fa il suo numero fermo al semaforo!
 
Sembrava una pazzia la mia, invece ho preso il momento giusto, quello che compravi a quattro soldi case vecchie e le rimettevi sul mercato nuove di zecca con un ricavo quadruplicato. I beni di lusso, le chiamano, ’ste case vecchie che compro.
Quando le prendevo ai proprietari, più di vent’anni fa, se ne volevano disfare, era solo roba sul groppone a quei tempi per loro. Io c’ho visto lungo invece, perché dovevo solo contattare quel gruppo di artigiani giusti, il materiale, il cotto, il legno, i marmi e mettere sotto una squadra di operai.
Me lo sono messo a fare in tutta Italia ’sto lavoro, sto gioco, che di borghi decrepiti e in abbandono è pieno e gli stranieri ci vanno pazzi e pagano tanto e subito. E io l’avevo capito prima degli altri questo affare. Le dimore tipiche, sì.
Il mercato è cresciuto a dismisura però, e non so quanto mi regge di tenere in piedi tutto ’sto casino, lo confesso, non lo so. Perché mi sono esposto tanto, forse troppo e sono stanco. E ’sti borghi stanno lì ad ammuffire che è diventata un’ossessione. pare ci devo arrivare prima di tutti se no chi sa che mi succede!
- Ma che vuole questo?
Ecco il cd che ho comprato ieri, l’ultimo di una fila, stanno tutti sul cruscotto come scatole di cioccolata, lo metto e sto male. Sto male e non capisco perché. Continuo a girare senza sosta in questa macchina scema, troppo grande per questa città intasata fermo al semaforo con questo cretino che fa il giocoliere. Giro e giro e ne vedo ovunque di ’sti mendicanti, ovunque.
 
La prima volta che l’ho visto, Malievic stava fra le due vie strette che portano a casa mia, nella rientranza, dove c’è un glicine fragile, che si arrampica al primo piano lasciando giù qualche ramo attorcigliato su se stesso, e sotto mezzo secco, che ci somiglia a quel corpo di pianta, mezzo vecchio, e mezzo no, con la faccia macchiata dal tabacco, e con una massa di capelli bianchi e ricci e lunghi e un corpo lungo e stirato come un bastone: lui. Lì. A suonare sul marciapiede, come mille prima sotto il palazzo dove abito da tredici anni. Il mio palazzo. Il primo che ho comprato questo. che quando l’ho preso ero così soddisfatto che non sapevo che mi compravo pure tutto il casino di quelli che ci vengono a bivaccare sotto, e mi perseguitano, oggi, adesso, anche dentro questa macchina, che se aziono i tergicristalli, lo faccio solo per farlo sparire, sto giullare, sto zingaro buffone.
 
Anni fa, del resto, quel frastuono continuo di bottiglie e voci rotte, quando aprivo le finestre, magari d’estate, mi piaceva. Mi sembrava dare spessore alle cose, all’aria che respiravo. Allora mi addormentavo sorridendo, biascicando appresso a quegli sconosciuti fino a notte fonda parole, a lanciargli qualche risposta a occhi chiusi, nel buio della sera, appena schiarito dalle luci dei locali e dei marciapiedi, fino a un secondo prima di dormire, sì, tutto contento delle loro risate da ubriachi dei loro discorsi storti, così. Lì, in quegli anni insudiciati dalla calce e dalle vernici della giornata di lavoro nei cantieri, i miei vestiti, buttato senza spogliarmi su un letto senza rete, per terra, senza i mobili, senza niente e pieno di tutto, di voci da accudire, da sentire come la cantilena dei bambini, come le poppate prima del riposo. E me ne stavo a prendere sonno piano, a lasciare andare il corpo, cullato dal vociare di quei balordi, felice.
Ora, ora no, mi metterei a urlare, a urlare di andarsene a tutti questi qui sotto. Che devono sparire, ’sti poveracci, ’sti turisti, ’sti zingari! ’Sti miserabili!
Le prime volte, anche se cambiavo strada, se facevo il giro largo per non vederlo, lo sentivo Malievic, lo stesso, ed era pure peggio. Sentivo quel lamento di voce, quel suono di stomaco svuotato al vento, con una specie di soffio rauco sul finale di ogni strofa, e quel sapore di piscio che mi arrivava alla mente, a pensarlo, tutto sporco e stinto. No, non sopportavo la sua immagine più di tutti. Mi pungeva i sentimenti di non so bene cosa e mi faceva un qualche tipo di male, male acuto, che non so che fosse, me tendevo il corpo dalla parte opposta nel passargli avanti nei pochi metri prima del portone di casa. E lui lo sapeva il fastidio che mi dava, lo aveva capito il male che c’avevo. Perché è un attimo che un animale capisce l’altro e sa tutto. E io non so che mi prendeva a vedere quello slavo lì, sotto casa. Non lo so.
Alla fine di dieci giorni passati a fare il giro lungo per non incontrarlo, con la sua voce dappertutto, tornavo a casa talmente esausto che decisi di non evitarlo più. E a un certo punto di quelle sue sonate al bordo di una sedia su cui poggiava i cd suoi, decisi di accoglierlo tutto questo fantasma, come si fa con uno che ti vuoi fare amico, perché tanto sai che non puoi vincerlo, perché tanto mi pareva che ci eravamo dati appuntamento e capiti troppo bene, io e quello, quanto io sentissi la sua pena e lui la mia. E quindi che resistevo a fare. E infatti.
Mi sentivo in colpa, lo confesso. Per la prima volta. Come fosse la mia stessa merda che mi era venuta a chiamare, ad annunciarsi, o qualcosa così. E mi sentivo responsabile di qualcosa, non so che. Ma mi pareva un trance quella musica, e ci cadevo dentro, come se tutto il dolore del mondo mi fosse uscito di botto dalla testa e fosse diventato quell’uomo scorticato sotto casa.
Io, uno riuscito, un tipo allegro, uno come me. Prima dei cinquanta, senza figli e con una donna, una bella, la più bella, che cede alla pena. Io.
La mia donna ci pensavo, seduto in casa, con la finestra e sotto questo che suonava. Ci pensavo e non ci pensavo mai, io, a lei in quel modo in cui facevo adesso. A una con due tette che si muovono libere sotto la camicetta, che Le chiedevo di slacciarsi per rimanere così, a farsi guardare. E basta. Ma che a parlarci mi pareva così infantile, così stupida, così fragile, che i discorsi sembrano parole dette per altri, non per davvero a lei. Tanto che dopo l’amore, lo confesso, dovevo mandarla via subito come mi stesse mancando l’aria. Eppure il giorno dopo per rassicurarmi la cercavo o le mandavo un messaggio, dei fiori.
Perché non so che mi prende, con questa donna, che non penso mai, mai a questo modo come sto facendo ora. Ma certi giorni se sono spaventato le telefono continuamente, come impietrito a morte da una assenza, del mio stesso vuoto. E devo tenermela accanto fisicamente e con urgenza, e farmi riempire e riempirla del buio che mi prende, delle vertigini di posti alti e voci rotte.
Dopo la storia del bambino poi, sempre di più, lo confesso. Con una paura che mi azzanna sotto al cavallo, nel mio pene, che non so che abbia il mio pene. Ma mi prende una paura. e le chiedo pure di dirmi ti amo. Perché ne ho bisogno. E sono una merda. E ’sto slavo sotto casa lo sa, è questo mi viene a cantare, per questo sta qui.
Dimmi ti amo, mentre le sto dentro. E lei lo fa.
 
Ma di bambini non ne voglio, sia chiaro, non ho tempo per vedermi padre come quei coglioni dei miei architetti, che mi fanno ridere, oggi, a mendicare una commissione a me per vivere, io che architetto non lo sono, e che ai tempi mi sbeffeggiavano che mi ero messo a fare il muratore, e ora tutti mi chiamano così: architetto.
Il bambino, ecco, glielo ho detto, da subito chiaro, a lei. Ma quando l’ha perso nostro figlio, lo confesso, mi sono dispiaciuto. Solo un po’, il mese scorso, solo un po’ mica tanto, del bambino, mio figlio. Mi è spiaciuto e lei piangeva e io sono stato dietro a un sacco di cose quei giorni, che gliel’ho detto, insomma, che non potevo accompagnarla.
Rincasando dal lavoro, ogni sera, non cambiavo più strada. E fingendo come non volessi scappare, stavo a sentire quella voce fastidiosa, soffiata all’aria intorno per intasarla di gemiti dolenti, come un languore di fame, fame e sete e anche altro, ma che riusciva a farmi venire su dal fondo, dal mio fondo di fogna, Malievic, lo slavo che stava sotto casa mia, la mia casa, tutta la tristezza in una volta, tutta la tristezza che avevo per me. E mi si appendeva una faccia che scivolava giù, insieme ai soldi che gli lasciavo, che lui non li prendeva mai, quei soldi, che restavano a sventolare in bilico come me sul bordo della sedia coi suoi cd, della mia vita, a cadere nel nulla, tutto insieme e in una volta sola.
 
Sono andato avanti così giorni, a passargli davanti a fingere di sorridere, fino a che li ho comprati tutti i suoi dischi, uno dietro l’altro. Fino a che non avevo più paura a un certo punto.
Tornavo a casa e li lasciavo sul mobile accanto all’ingresso, mi sedevo e ascoltavo Malievic fino a notte, fino ad addormentarmi o forse no, non lo so.
E quello cantava.
 
Puoi abbellirti con dei cappelli larghi e dei fiori finti la testa, puoi giocare a lavarti nel retro di un cesso pubblico di un bar, puoi trovare tutto questo divertente, affascinante, per un po’. Di piazza in piazza, una via dietro l’altra, ma solo un momento prima che arrivino quiete e tutte insieme queste giornate degli assenti, come noi, quelli che si dividono uno spazio impuzzolentito dal sudicio di corpi rimasti come pietre vecchie, che lavano via solo la prima crosta del loro dolore, del loro odore, ma che la sostanza non cambia. Non cambia.
Corpi rimasti senza appartenenze, caro Brenno, obbligati a girare sempre, e sempre solo con la stessa canzone nella testa. Per te, la mia.
Perché vedi? Quelle che tu chiami le occasioni, non sono i lasciti disseminati al passaggio da raccogliere come banconote poggiate su un bordo. Le occasioni sono solo inevitabili processi, sono solo conseguenze messe in fila, che noi camuffiamo da prese di posizione, magari ostinate e che è solo per orgoglio che le crediamo volontà. Non è la tua fortuna il tuo odore, no. E’ solo quello che ti somiglia, ed è cattivo quel che senti.
 
Scoppia a ridere felice Malievic mentre urla e canta, e io sto lì senza reagire. Poggiato sul mio divano a sentire una frescura sfiorarmi la faccia, piena di un alcol strano che mi bruciava le labbra.
 
E la sanno tutta in una volta questa lezione, come te che l’hai capita. E non sanno più che rispondersi di sta cosa che se la sono negata per anni. Ecco cos’è la paura che hai, l’odore che fai. È la paura che quando potevi dire sì, hai detto no. E ci puoi fare poco, di quello che ti manca, ora, e della pena che non hai provato, allora. Per la pancia della donna tua.
 
Mi sembrava di impazzire a quella cosa urlata dal basso, nella mia direzione. Mi affaccio per urlargli qualcosa, basta! Ma è troppo buio, lo sento e non lo vedo e lui continua, continua, senza fermasi. Mentre cado verso il basso, verso di lui ma non lo vedo.
 
Sono stato lì come un cretino e sono pure sceso in strada, fino a non so che ora che ho fatto, senza dormire fino a mattina, per cercarlo e lui non c’era. Torno a casa e al posto suo vedo solo sassi neri, di quelli squadrati per rifare le strade, a formare una catasta polverosa e scura, che stava lì da giorni, da mesi.
Chiedo in giro dov’è quello che stava qui a suonare ieri fino a notte. Nessuno ha visto o sentito mai uno che suonava proprio dove è quel mucchio di sassi. Mi metto a rovistare tutti gli angoli, dappertutto, lo dovevo prendere a calci per forza, ma non lo trovavo.
 
Non potevo restare e nemmeno andarmene. Ho cercato lei e non mi rispondeva, ho cercato per giorni e ho pianto. Sono salito in macchina, e non so dove andavo.
 
[Isabella Carlizzi]
 
© foto di Sabrina Minetti

 

 

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