L’occhio di vetro della lucertola
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di Sara Calderoni, 29 agosto 2013
Nome: Sara
Cognome: Calderoni
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Bio: Sara Calderoni, scrittrice e critico letterario. Ha collaborato con la rivista Ca’ Granda e con diverse case editrici. In particolare per Àncora Editrice nel 2006 ha curato il testo Ivan Illich, una voce fuori dal coro. Dal 2004 collabora con la rivista di critica letteraria Otto/Novecento, pubblicando recensioni e saggi. Uno dei titoli: Le poesie politiche di Gabriele Rossetti; è autrice del racconto "Anomalia di uno sfratto" (edizioni Otto/Novecento). Al momento in lettura un suo libro per bambini: Gli Orsi di San Pietroburgo.

L’occhio di vetro della lucertola

La poesia di Curzia Ferrari

piccolo iguana polivalente
che guardi la gente
come se non ci fosse

 
Curzia Ferrari ci fa dono di una raccolta di versi che, più che delle parole, sembra contemplare «un’estetica del silenzio». Questo è Lucertola (Aragno Edizioni, Torino, 2011): un camminare veloce e silenzioso fra le cose di ogni giorno, nel ripasso delle polivalenze di sé e di una vita intera, quella che si sta accorciando sempre più, inevitabilmente esatta.
Scrittrice di romanzi, autrice di belle biografie quali Majakovskij, Gorki, Isadora Duncan, Ignazio di Loyola, traduttrice di grandi poeti russi – Esenin, Anna Achmatova – Curzia Ferrari, sebbene abituata ad usare la parola per mestiere, davanti alla poesia si ferma, prova pudore. Confessa persino di averne paura. Ed ecco allora garantita l’intimità con il lettore nello spazio di una domanda sempre sottesa: perché Lucertola? Insomma, quid prodest poesia?
Della precedente raccolta Fondotinta (Aragno, 2006) mi colpì l’avvertita necessità di un repulisti (Repulisti) – «Quanti volti buttati via – ah, la delizia del repulisti –/ quanti odori, accenti, discorsi, quante mannaie / spostate dal collo» –, una pulizia che «la signora», dopo una vita trascorsa «nell’area di difesa / tentando di proteggersi / dai colpi. Inutilmente», fa allo scoperto, «fuori orario», in una rappresentazione tanto reale quanto metaforica: è infatti mentre si affaccia al balcone, di notte, che lei vede il «camion dell’AMSA» raccogliere «il pattume / l’urbano marciume, tra schizzi di spurghi / lo schifo della gente». È in questo sguardo fuori e dentro che se ne va il «suo ieri», giù, via, fino in fondo al disgusto perché «si sberci / ogni cosa – a raffiorare / senza astuccio – l’IO / e galleggi nel bazar irrefutabile si sbracci». Soltanto così, sebbene sia tardi, sub limine, l’io si libera di tutto un nero pesante e oleoso impastato nello stomaco. Sì, «in-fine / Che sgombero lucido. Che sgombero sapiente».
Curzia Ferrari in Fondotinta (Aragno, 2006) rovescia il troppo pieno, rompe il privato, scrosta le laccature perché affiori il non-detto, mentre chiede scusa al «dio del Vero» se qualcosa forse resta di contraffatto, se insomma una patina leggera sul viso si deve pur mettere per incontrare l’altro. È attraverso questo percorso allegorico del rimuovere che con Lucertola la pelle può allora stare al sole: secca, immobile nell’atto di sorvegliare. È qui che Curzia Ferrari davanti a una fotografia di se stessa (Piccola Fenice),in un serrato dialogo io-tu, può ricongiungersi al suo io più lontano, dichiarando di aver sempre «abitato il pianeta degli imperdonati», sin da quando, bambina, contrastava le chiusure degli sgabuzzini e di quel «lago oscuro degli occhi» di suo padre con il prolungare le ore negli spazi aperti dei prati dove, sporca di terra, colpiva «malcerta» una «palla» e giocava alla sua indipendenza.
E se l’occhio – lemma ricorrente – allora restava insonne per un cielo «storto come un uccello goffo», nel tempo la lucertola con il suo occhio di vetro, l’occhio distante e intelligente, penetra con lucidità tutte le storture della vita.
La poesia della Ferrari è fatta di atti di parola, pregnanti, isotopici: è tutto un «misurare», «uscire», «congedare», «chiudere» e soprattutto «stringere», di corsa fino all’ultima banchina del porto dalla quale puoi infine vedere con chiarezza l’inasettezza di manovre, ma devi accettare il fatto che non puoi più «capovolgere» il tempo.
Asciutto allora lo sguardo che, rivisitando il passato, in una stretta sorveglianza di sé, congeda senza falsi imbarazzi anche dalle uscite laterali, «dalla porta di servizio», quando l’amore diventa «una scabbia pestifera, surreale» che si insidia sotto pelle; o misura le distanze e disincantato chiude poi, in «un catechismo» o in un «breviario», quelle divenute parole di una preghiera taciuta, mai salita:
 
i nostri rapporti, mamma, erano di natura molto complessa, / esercitavi il tuo potere sulle cose reali /al punto che un mio catechismo m’ero costruita / un codice privato/ per pensarmi una vita subacquea /e menzognera.
 
dice dalle sue Memorie ineloquenti una donna-figlia che deluse perché non poté mai pensarsi «feriale»; parole che non vanno molto lontano allora e che, come in un’eco delle restrizioni, una donna-madre anni dopo impara a trattenere fino «alla paralisi della lingua» (Veridico breviario di una madre). E intanto nell’almanacco del quotidiano si fissano Natali di solitudine perché «la mamma cattiva – mai assolta» che «parla una lingua cisposa / alla deriva di un botro» chiede senza più rimandi di essere lasciata «nella conta dei morti già da viva» (Natale).
In questo conto alla rovescia ritornano anche gli irrisolti, e fra tutti forse il più grande: quello dell’unione coniugale, che non si può accomodare in un “mi dispiace” – «Tra noi il sesso non ha mai funzionato, /– disse l’uomo, peccato», mentre all’orizzonte lei cercava un «alleato alieno», o un «indirizzo» più vasto per queste parole – e nemmeno si può del tutto allontanare (ci sono cose che semplicemente non possiamo). È nel segno della contraddizione, quella di un Uno umanamente sentito troppo parziale – «Gli strinse la mano, e per un attimo né uomo né donna / furono. Uno. Mistero al condizionale. Mistero», che viene inflitta la pena a chi per una vita intera ha dato amore in levare: «Lei sapeva / che sarebbe andato in psicosi lentamente / come si va in monastero». Ed è in questa impossibilità di far funzionare l’unione che il mistero, allargato fino alla fine dei giorni, si fa rimpianto. Infine recitato nella solitudine di un requiem:
 
In bilico fra colpa e pena – venivo così poco / a trovarti – inutile in memori querele mi perdo / non hai seminato al vento./ Questa storia venuta meno / quando mi eri più necessario / rimpiango, /e fra tutti gli scomparsi della mia vita / se recito un requiem sappi che è solo per te. (Requiem per D.)
 
Il tempo nei versi della Ferrari non è mai acronico, sospeso. È un tempo abitato piuttosto da tutti quegli oggetti che sono fatti – un computer vecchio che «perde i fili delle parole», un tagliacarte che è «primo attore / sentinelle veggenti i suoi occhi», o ombre di fatti che ingialliscono come ingialliscono i denti, per sbatterti in faccia lo sfilacciarsi rapido della vita. In un sentire tutto montaliano, gli oggetti emergono dal presente quotidiano o dal passato per offrire frammenti di vissuto, nei quali il lettore si trova coinvolto perlopiù in medias res, senza anticipi, ma con la confidenza di una parola non esitante, sempre tesa nello sforzo di concretezza e precisazione. A questo contribuisce senz’altro l’uso di un’aggettivazione mai abbondante, la resa sostantivata delle parole, uno stare al centro insomma. A Curzia Ferrari non interessano infatti le vie periferiche del dire, né contano gli sbiaditi contorni. Leggendo Lucertola si ha così la percezione di un tempo non protetto, dove la nudità degli oggetti domestici non sostiene né conforta, soprattutto quando questi si fanno «stati della mente» – «lo spaventacchio delle presine […] è un inciampare continuo nella roba / gli stipiti stringono hanno la faccia scura / del poliziotto – mentre vorresti slacciarti la cintura / di questo consunto domicilio». 
Un tempo non rifugio che mi pare vada anche perdendo le alleanze con un soggettivismo ingombrante – «con tutto ciò non muta / – sarò pazza o un poco fessa l’immaginario impero che ho di me stessa» – per accordarsi a un io che, trovando la sua sostanza secca, quella che forse si trova soltanto in vecchiaia, impara a restringere con carattere il proprio spazio:
 
l’ho trovata nella cassetta della posta che cosa?/ una lucertolina secca dentro la busta imbottita? [...] la mia fotografia / Aveva un’aria assente piena di dignità e di carattere. / […] mi costringeva a un raccordo, un farmi tutt’occhi per vedere come si brilla,/ a volte, anche da morti

Il récit della memoria si apre a diversi luoghi – da Venezia, alle Dolomiti fino alla Russia di Mandel’stam, lo «scostumato amante della parola» – tuttavia, luogo di ritorno è pur sempre la solitudine della casa vuota, senza voci, dove resta il ricordo di persone che ora «giacciono, mute, in una calma / stretta» e il non luogo è Milano: una Milano non più «familiare», «imbastardita, inospitale». È così che l’io veste uno «straccio di tristezza» per «il funerale della giornata», e nell’attesa di varcare la soglia, misurando il dopo fin troppo da vicino, già vede compiersi il rituale della propria morte. Ma la morte si lascia osservare osservando, mentre consuma le pupille per completare la visione dell’io –
 
Ne abbiamo passate troppe noi due / Mi hai rubato le notti, maciullato / le pupille […] Di me sai tutto il pieno e il vuoto, / la verità, il suo contorno – la ruggine / e la rabbia, la paura la pazienza. Assuefatti, per gioco di specchi, alla convivenza, / sappiamo entrambi / com’è difficile a volte tenere assieme il giorno. (Personal computer)
 
In tutto questo, il mondo è solo un fuori che va avanti con i suoi rumori, distratto e sfuocato, Fuori dalla precisione del bianco e del nero.
«Non presentatemi come poeta, mi vergogno», dice la Ferrari, e le parole intanto lavano via di sé tutte le rappresentazioni.
Perché Lucertola? – resta la domanda. Perché il silenzio non sbaglia.
 
[Sara Calderoni]
 
@ Foto di NAYEEM

 

 

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