L’ultima poesia
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di Giuseppe Barreca, 29 agosto 2013
Nome: Giuseppe
Cognome: Barreca
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Bio: Giuseppe Barreca è nato nel 1974 a Reggio Calabria. Ha una laurea in filosofia, velleità letterarie; ha pubblicato una raccolta di poesie del 2009 ("La giostra difettosa", Lieto Colle) e una storia, "Le parole alla fine alla fine", del 2008 (Liberdiscrivere, Genova).

L’ultima poesia

Cancellando le inutili passioni

Quando giunse l’invito per quella conferenza sul senso della poesia nel mondo di oggi, il Poeta fu colto da un brivido di indignazione, perché si rese conto che di quella questione a lui non importava niente. Però cominciò subito a scrivere una relazione per smentire la tesi su cui si basava quel congresso. Tuttavia, apprestandosi a batterla al computer, si era bloccato. Come gli succedeva da tempo, gli mancavano le parole. Un’altra giornata buttata via, trascorsa invano, davanti a un foglio vergognosamente bianco. Desolato, s’alzò dalla sedia e decise di punirsi per quell’ennesimo giorno speso senza aver scritto nulla. Sfilò la cintura dei pantaloni, si spogliò, e cominciò a fustigarsi. Fece in modo di essere colpito dalla fibbia. Si inferse venti frustate anche per punirsi per il sussulto d’orgoglio che lo aveva colto quando aveva ricevuto l’invito al convegno.

Passarono altri i giorni senza che scrivesse nulla. Visse duri momenti di sconforto. Spesso si flagellò. Era impietoso verso se stesso perché la sensazione d’orgoglio per quell’invito al convegno non si acquietava proprio quando credeva di aver cancellato tutte le inutili passioni che angustiano la specie umana. Da tempo rifuggiva le donne e, quando ne incrociava una in strada, cambiava direzione, o volgeva lo sguardo dall’altra parte. Mangiava pochissimo: per non inquinare la casa con l’odore del cibo, pranzava spesso in una trattoria sotto casa. Nutrirsi era un impiccio, ma il suo stomaco, il traditore, lo tormentava con la sensazione della fame. E così si rassegnava a scendere in strada e andare in trattoria. Lo stomaco era l’unico organo “carnale” che non riusciva a dominare. I bisogni corporali erano stati fissati a orari precisi. Tratteneva lo stimolo fino allo spasimo, pur di non cedere alle esigenze. Ci riusciva spesso. La poesia era il mezzo per sublimare ogni vana passione: se una di queste passioni cercava una via d’accesso verso la soglia della coscienza, l’immersione nella trance della creazione letteraria la ricacciava indietro, nella nullità di ciò che l’uomo non conosce del proprio animo.

 

Il giorno della conferenza si svegliò alle sei. Con immensa fatica, aveva scritto dieci pagine sulla poesia contemporanea. Le sere precedenti si era sempre flagellato prima di mettersi a scrivere la relazione. Dormiva male perché la schiena era piena di piaghe. Quella mattina era pallido e aveva le borse sotto gli occhi: ogni movimento gli provocava fitte che gli toglievano il fiato. Pensò che avrebbe avuto bisogno di un busto che lo tenesse diritto. Si diede alcuni schiaffi sulle guance, si lavò la faccia con acqua gelida per restituirsi colore e tono.

Sul marciapiede affollato del lunedì feriale sembrava un manichino. Rigido, camminava senza coordinare i piedi, tanto ogni movimento delle gambe gli provocava dolore. La relazione era venuta bene, ma temeva di essere stato troppo aulico per il pubblico che avrebbe ascoltato. Ma a lui che importava? Erano stati loro ad averlo invitato, lui se ne sarebbe rimasto volentieri a casa, a curare l’incapacità di poetare che lo tormentava, anche se la sera prima, dopo essersi fustigato a dovere e aver dato l’ultima passata alla relazione, aveva scritto dei versi interessanti. Non erano ancora del suo solito livello, ma confidava che potessero costituire una base di partenza per un’altra poesia memorabile. Era forse guarito? Non poteva affermarlo, tuttavia quel foglio sporcato da dieci righe nere gli aveva restituito un po’ di fiducia. Per questo aveva deciso che, dopo la relazione, avrebbe letto all’uditorio quei versi per osservare l’effetto che avrebbero prodotto. Non che giudicasse il loro valore in base al gradimento del “pubblico”, verso il quale nutriva un paziente disprezzo. Anzi, riteneva i suoi versi migliori quelli che non avevano mai riscosso applausi. Tanto sapeva che il pubblico, quasi sempre sprovvisto di qualsiasi senso critico, avrebbe applaudito in modo idiota.

Al congresso lo accolsero applausi scroscianti. Il presidente dell’associazione lo abbracciò con trasporto, come fosse un vecchio amico. Lui si stupì di quell’accoglienza: nonostante si fosse isolato dal mondo, era ancora benvoluto, amato. Certo, quel convegno, fin dall’inizio, si presentò come una tortura. I dolori alle ossa e alla schiena gli toglievano il fiato e le strette di mano, gli abbracci, le pacche sulle spalle non facevano altro che accentuare questi dolori.

Tutti tacquero quando salì sul palco. Era il suo momento. Sostenne una tesi precisa: la poesia non ha tempo, la poesia non ha una nascita, né una data di morte. Essa possiede un carattere universale, vive presso tutti i popoli, in tutti i tempi e in tutti i luoghi. Aveva parlato con sfibrata determinazione, pronto a essere portato in trionfo ma s’accorse che, invece di tacere al suo cospetto, molti tra il pubblico parlavano tra di loro e lo guardavano in tralice. Fuori di sé dallo stupore, gettò un’occhiata al presidente dell’associazione. Questi si alzò e fece agli astanti segno di tacere. Ma la platea non si quietò. Anzi, un signore anziano urlò che non era venuto per ascoltare una lezione, bensì per sapere quale fosse lo stato della poesia contemporanea secondo l’opinione di quello che si diceva essere un eminente poeta. Ascoltando queste parole il Poeta ebbe l’impressione di cadere per terra dall’indignazione. Il respiro divenne affannoso: non riuscì a ribattere nulla. Ebbe l’impulso di andarsene via offeso: non sentiva più alcun dolore fisico, ma soffriva per lo sfregio delle sue alte parole che veniva compiuto. Possibile che il pubblico quel giorno fosse tanto incompetente?

Poco dopo il presidente annunciò che l’oratore avrebbe letto alcuni suoi recenti versi. In sala tornò un silenzio carico di nervosismo; lui, il Poeta, l’uomo che disprezzava l’adulazione delle folle, ansimava all’idea di dover leggere i propri versi a quelle persone che poco prima si erano prodotte in quello spettacolo di contestazioni. Fino al giorno prima, forse, davanti alla prospettiva di subire una contestazione, sarebbe stato felice, perché essa avrebbe dimostrato quanto egli fosse originale e inadatto per quel pubblico di pecore. In quel momento, invece, si accorse di tremare davanti a quelle persone di cui avvertiva l’ostilità.

Si avvicinò al leggio, barcollante. Guardò davanti a sé, nella luce della sala, ma non vide nulla, ogni cosa appariva immersa in una caligine biancastra. Cominciò a leggere i versi con voce roca e incerta:

 

Una riflessione che non va giù,

e galleggia in gola, senza pietà.

La stazione deserta, spenta, inerte

e la noia distinta dell’ignoto

bacia i semafori verdi.

 

Si fermò ansante: avvertiva, oltre la cortina della sua confusione, l’animosità della platea che aumentava assieme al disprezzo i suoi versi. Fu il colpo di grazia. Capì che la sua crisi era la definitiva rivelazione agli altri della sua mancanza di talento. In quegli anni aveva ingannato tutti, spacciandosi per grande poeta, ma ormai tutti avevano smascherato il suo imbroglio, la sua finzione. Non era mai stato un grande poeta: aveva sempre gettato fumo negli occhi altrui. Non avrebbe potuto continuare a lungo il suo gioco: alla fine era arrivata la mazzata definitiva, l’inganno era stato scoperto, l’ignominia sarebbe caduta su di lui.

Uscì dalla sala del convegno senza più udire le voci ostili dei suoi detrattori, gli applausi dei pochi che ancora lo sostenevano, né le accorate parole del suo amico presidente che cercava di consolarlo. Corse verso a casa. Aveva scoperto d’essere un grande impostore. Giunse nel suo appartamento, si sdraiò sul divano e morì.

 

[Giuseppe Barreca]

 

© foto di Sabrina Minetti

 

 

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