Per viverlo bisogna scriverlo
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di Marco Rossari, 22 agosto 2013
Nome: Marco
Cognome: Rossari
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Bio: Marco Rossari è scrittore e traduttore. Ha pubblicato fra gli altri il romanzo "Perso l’amore non resta che bere" e il volume di poesie "L’amore in bocca". Il suo nuovo libro "L'unico scrittore buono è quello morto" è stato pubblicato nel gennaio 2012 presso i tipi di edizioni e/o.

Per viverlo bisogna scriverlo

L'inizio di un bestseller

(Gli organizzatori di RolandScritture mi avevano chiesto di scrivere un breve racconto noir per la serata di sabato scorso. Poiché il tempo era poco e stavo traducendo un libro inedito di James M. Cain, m’è venuta questa becera parodia. Chiedo venia, e magari un whisky on the rocks. MR)

 
Eccomi lì, ubriaco al bancone di un bar: intorno, solo un barista scialbo e un locale che anche lo sgabello avrebbe paragonato a quel quadro di Edward Hopper. Certo, a parte il fatto che non c’era la maliarda vestita di rosso, che non era un diner, che non si chiamava Phillies e che non eravamo in una città americana, non eravamo poi tanto distanti. Baricco avrebbe detto che era come stare in un quadro di Edward Hopper senza stare in un quadro di Edward Hopper. Beato lui, che un po’ di libri li vendeva. Io ero a un punto morto. E tutto per un eccesso di zelo. “Pensa a Hemingway” mi avevano detto al corso di scrittura. “Scrivi solo di ciò che conosci.” E così, assecondato da quella povera donna di mia moglie, per scrivere un romanzo neorealista mi ero improvvisato il pescivendolo, per il racconto YoungAdult avevo scaricato i cd di Justin Bieber e per un librone avventuroso mi ero trasferito fino in Borneo, ottenendo nell’ordine un perenne tanfo di merluzzo alle mani, un debole inspiegabile per la lettera k e un ricovero con il dengue. Solo per il memoir sull’alcolismo ero rimasto me stesso ma era stato comunque un flop.
 
Ora mia moglie mi aveva incoraggiato a provare con il noir. Vendeva. Già, ma quello era un luogo letterario dove si beveva “whisky on the rocks”, si “sganciava la grana” e le sigarette appestavano i bar. Qui a Milano andava il Daiquiri Watermelon, si pagava con la carta e un ministro pidiellino aveva fatto approvare una legge contro il fumo nei locali. Provate voi a dire: “One of these days a great rain will come down e laverà via tutti questi suv dalla strada”. Non è la stessa cosa. Inoltre mancava una donnaccia, ingrediente decisivo. In quel momento è entrata quella che un critico avrebbe definito la metonimia di una dama, cioè un bel paio di gambe. Insomma, era una femme ed era fatale che ci guardassimo, anche perché il locale era vuoto. Con un cenno al barman, ho fatto portare un drink al suo table, insieme a un message. Lei mi ha spedito un kiss così lascivo che mi ha stampato un succhiotto a distanza. Poi, dopo avere ammiccato in ogni direzione, anche per un lieve strabismo di Venere, mi ha fatto intuire di seguirla con un soave: “Vieni, sgorbio”.
 
Fuori era un deserto nero, avresti potuto sentire riecheggiare i nostri passi fino all’altro capo della città, non avessimo entrambi calzato delle Geox a suola morbida modello softboiled. La femme ha lasciato accostata la porta di casa. E lì, raccogliendo un indumento dopo l’altro, prima i calzettoni con le mucche rosa, poi i leggings fosforescenti, infine un reggiseno Sloggi sdrucito, l’ho raggiunta in camera da letto. Con tutta l’energia di chi è abituato a scribacchiare su un portatile, quindi poca, le ho stretto le mani al collo. Mi ci sono voluti almeno due paragrafi, ma alla fine avevo il mio primo cadavere da noir e, lì nella mia camera da letto, l’inizio di un bestseller.
 
“Capisci, amo? Devo viverlo per scriverlo.”
E quella buonanima di mia moglie mi aveva assecondato per l’ultima volta.
 
[Marco Rossari]

© Foto di Gianni Laudati

 

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